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La crisi ambientale è una crisi morale

 
Responsabilità da condividere tra scienziati, imprese, politici e consumatori con la consapevolezza che si deve cercare l’alternativa alla distruzione ·
 
«Lavorare per un ambiente migliore ha senso se si lavora anche per avere persone migliori»: è la premessa, un po’ sorprendente, che il ricercatore ed esploratore Alex Bellini fa prima di parlare degli otto milioni di tonnellate di materiale plastico che ogni anno si riversano negli oceani, senza eccezione per il 2019. Abbiamo intervistato Bellini — che con le sue competenze scientifiche collabora con università italiane e straniere e organizzazioni come il Wwf — appena di ritorno dal particolarissimo viaggio alla Garbage Patch, la cosiddetta «isola di plastica» dalle dimensioni pari a due volte l’estensione della Francia, che si trova tra San Francisco e le isole Hawaii.
 
 
 
Bellini ha partecipato al convegno Ocean Race Summit che ha riunito la scorsa settimana a Genova rappresentanti della politica, del business e della ricerca per discutere dei danni, ma anche delle prospettive future e delle soluzioni, del marine litter, l’inquinamento dei mari. Bellini, da esperto, usa termini specifici per individuare responsabilità e vie di uscita sul piano tecnologico come sul piano legislativo, ma innanzitutto invita ad «ascoltare il messaggio della Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che chiarisce come la crisi ambientale sia solo lo specchio di una crisi culturale, morale». «Senza comprendere questo non ci saranno soluzioni che tengano».
 
La Garbage Patch si trova in una zona di mondo nota per i paesaggi selvaggi fatti di scogliere, cascate, vegetazione tropicale, spiagge di sabbia dorata, rossa, nera e persino verde. Non è l’unico scempio. Almeno altre quattro gigantesche isole di rifiuti macchiano gli oceani, e le coscienze. Quando chiediamo a Bellini di riferire qualcosa delle prime emozioni provate alla vista della Garbage Patch non ha esitazioni e parla di «delusione», spiegando all’«Osservatore Romano» che non si deve immaginare tutta una montagna di rifiuti plastici che potrebbe scioccare chiunque e provocare una reazione immediata. Piuttosto, oltre a una relativamente piccola parte più evidente e più fotografata, c’è il dramma di una miriade di microparticelle che inquinano terribilmente ma che — dice Bellini — non sono così evidenti. La definisce «una zuppa», angosciante per chi si avvicina, ma difficile da “immortalare” e invisibile ad esempio dai satelliti. Ci si deve fermare a comprendere rinunciando alla spettacolarizzazione, di cui purtroppo, invece, oggi sembra impossibile fare a meno per qualunque denuncia mediatica.
 
In realtà, gli elementi per mettere a fuoco i danni ci sono e i dati dovrebbero essere “spettacolari” anche senza immagini. Per ogni chilometro quadrato di estensione marina, si contano almeno cento chili di microparticelle di plastica in sospensione. E non stiamo parlando più delle cinque isole di plastica in continuo accrescimento negli oceani, ma del resto delle acque a partire dal Mar Mediterraneo. E il punto è che degli otto milioni di tonnellate citati, in superficie restano “solo” 300.000 tonnellate. Significa che il resto si deposita sui fondali o torna con le correnti sulle coste.
 
Si capisce che le isole sono davvero solo la punta di un iceberg che provoca effetti di tossicità generale, di stress ossidativo, di interferenza endocrina sugli esseri umani — con conseguenze in termini di malattie e patologie importanti — e distrugge le risorse del pianeta. Il mare è sempre stato considerato uno scarico naturale. La parte dei rifiuti biologici è riassorbita e l’acqua purificata grazie ai cicli biologici, ma i danni provocati da fattori chimici creano gravi e persistenti squilibri. La produzione mondiale di resine e fibre plastiche è cresciuta dai due milioni di tonnellate del 1950 ai 400 dei giorni nostri. E 10.000 milioni di tonnellate prodotte in 70 anni hanno reso la plastica uno dei simboli industriali — con cemento e acciaio — dell’era «antropocene», l’epoca geologica in cui viviamo.
 
Parlare di smaltimento è sostanzialmente ridicolo se si pensa che per una bottiglia o un sacchetto di plastica servono tra i 100 e i 1000 anni, a seconda dell’equilibrio tra i composti di carbonio e di idrogeno che, ricavati dal petrolio e dal metano, vengono agglomerati attraverso processi chimici complessi in lunghe catene chiamate «polimeri».
 
È evidente l’obbligato coinvolgimento della politica. Si deve invertire la rotta assicurando strumenti legislativi adeguati per sostenere le aziende che producono e gestiscono i rifiuti in ecosostenibilità e, invece, penalizzare quelle che non riducono l’impatto ambientale. Significa, ad esempio, ripensare l’eco-design dei prodotti anche per evitare sprechi in produzione, consumare il minor numero di risorse possibile e curare un corretto smaltimento dei rifiuti a terra prima che siano riversati nei fiumi e quindi nei mari.
 
Ma anche in tema di responsabilità del legislatore torna la raccomandazione dell’esploratore di «lavorare su causa e effetto», perseguendo «accanto alle soluzioni tecnologiche un profondo cambiamento morale». E a questo proposito, Bellini fa un esempio preciso che diventa forte denuncia di un fenomeno che in qualche modo tutti avvertiamo ma di cui non si parla abbastanza: «l'obsolescenza programmata». Significa decidere a tavolino di produrre oggetti di consumo — dal telefonino alla lavatrice — in modo che non durino più di tanto. È uno di quegli obiettivi per i quali si pagano benefit e bonus che vanno ad arrotondare un bel po’ gli stipendi di programmatori e manager. Non è un segreto ma non è neanche oggetto di discussione seria.
 
Il dibattito a Genova è stato arricchito da un panel di relatori che ha spaziato da imprenditori ad ambientalisti, da velisti (del calibro dello statunitense Mark Towill) a chimici, da politici locali a giovani influencer. Non è mancato spessore filosofico: tra gli altri, Wayne Visser, scrittore futurista e accademico dell’Istituto di sostenibilità dell’Università di Cambridge, ha parlato delle sfide per cambiare immaginario e visione del pianeta, incoraggiando a uno sguardo positivo, seppure allarmato, che lasci spazio alla creatività e alla voce dei giovani. Anne-Cécile Turner, direttore del progetto di sostenibilità della Ocean Race ci ha parlato della «importante missione di fare da catalizzatori di soluzioni per la salute degli oceani».
 
Che si tratti di Millennial, di generazione Y o Z, i giovani oggi sono di fatto la forza propulsiva che darà forma al futuro del pianeta. Possono fare la differenza già adottando soluzioni condivise semplici come l’utilizzo di borracce ricaricabili, per fermare lo tsunami di bottiglie monouso ovunque nei nostri mari. Lo ha ricordato la rappresentante genovese del movimento Fridays for Future, Francesca Ghio, che ha chiuso i lavori con un appello ai “grandi” dell’Onu chiedendo «chance per fare rete e allargare la comunità di persone in cerca di soluzioni a tutti i livelli». E il convegno si è svolto proprio nella settimana in cui in ogni parte del mondo si organizzavano cortei di ragazzi e il Panel Intergovernativo per i cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Ipcc) pubblicava il rapporto sulla salute degli oceani in vista del Summit Onu sul clima al via oggi a New York.
 
L’Unione europea è stata presente a Genova con un videomessaggio del commissario europeo all’ambiente, agli affari marittimi e alla pesca, Karmenu Vella. Ma, al di là delle parole, in realtà è da citare un’iniziativa lanciata l’anno scorso dalla Commissione Ue che proprio in questi giorni ha raccolto i primi significativi frutti: in virtù di una «alleanza circolare per la plastica», hanno raggiunto quota 100 i partner pubblici e privati che hanno sottoscritto l’impegno a contribuire per raggiungere, entro il 2025, l’obiettivo comune di utilizzare ogni anno 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata in nuovi prodotti. La dichiarazione, firmata da piccole e medie imprese, grandi società, associazioni di imprese, organismi di normazione, organizzazioni di ricerca e autorità locali e nazionali, approva l’obiettivo dei 10 milioni di tonnellate e chiede una transizione verso l’eliminazione totale dei rifiuti di plastica in natura e l’abbandono della messa in discarica. Sono previste azioni concrete tra cui migliorare la progettazione dei prodotti per renderli più riciclabili; individuare sia il potenziale inutilizzato sia le lacune in materia di investimenti; creare un programma di ricerca e sviluppo; istituire un sistema di monitoraggio trasparente e affidabile per tenere traccia di tutti i flussi di rifiuti di plastica nell’Ue.
 
Motivazioni, finalità e indicazioni non mancano. Non deve venire meno la volontà di essere «persone migliori», come dice Bellini, rispettose dell’humus vitale in cui viviamo e dell’ambiente che sarà dei nostri figli, e capaci di comprendere il valore di tutto ciò anche se non in grado di chiamarlo Creato.
 
di Fausta Speranza